Negli ultimi anni si sente parlare spesso di microplastiche, ma cosa sono esattamente? E perché sono diventate oggetto di attenzione da parte della comunità scientifica, dei media e delle istituzioni?
Le microplastiche sono piccole particelle di plastica, generalmente inferiori ai 5 millimetri di diametro. Possono derivare dalla frammentazione di oggetti più grandi, come sacchetti o bottiglie, oppure essere prodotte direttamente in forma minuta per usi specifici, ad esempio nei cosmetici o nei detergenti industriali. In entrambi i casi, una volta rilasciate nell’ambiente, queste particelle si diffondono facilmente e possono accumularsi nel suolo, nell’acqua e persino nell’aria.
Il termine “microplastiche” è stato introdotto nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson, dell’Università di Plymouth. La sua ricerca ha messo in luce per la prima volta la presenza diffusa di queste particelle nei sedimenti marini e negli organismi acquatici, aprendo un filone di studi che da allora ha continuato a espandersi.
Oggi sappiamo che le microplastiche sono presenti in ambienti molto diversi tra loro: nei mari e negli oceani, ma anche nei fiumi, nei laghi, nei terreni agricoli e nell’atmosfera. Studi recenti hanno rilevato la loro presenza anche in alimenti, nell’acqua potabile e, in quantità minime, nel corpo umano. Questi dati non devono necessariamente generare allarmismi, ma indicano la necessità di approfondire la ricerca e valutare con attenzione eventuali effetti sulla salute umana e sull’ambiente.

L’interesse per le microplastiche nasce infatti anche dal loro potenziale impatto sulla catena alimentare. Alcuni animali, come i pesci o gli uccelli marini, possono ingerire queste particelle scambiandole per cibo. In alcuni casi, le microplastiche sono state trovate anche nei prodotti alimentari destinati al consumo umano, come il sale, il miele o alcuni frutti di mare. Tuttavia, è importante sottolineare che la scienza è ancora al lavoro per comprendere pienamente le conseguenze a lungo termine dell’esposizione a questi materiali, sia per gli esseri umani sia per gli ecosistemi.
Accanto agli studi sui potenziali rischi, si stanno sviluppando anche soluzioni per affrontare il problema. Ricercatori e aziende stanno lavorando su sistemi di filtrazione più efficaci, materiali alternativi alla plastica tradizionale e persino microrganismi capaci di degradare le particelle plastiche. Sono ambiti in continua evoluzione, che richiedono tempo, collaborazione internazionale e un approccio interdisciplinare.
Cosa possiamo fare per ridurre le microplastiche e il loro impatto sul mondo?
Anche se le microplastiche sono ormai parte del nostro mondo, questo non significa che non possiamo fare qualcosa per limitarne la diffusione o ridurre la nostra esposizione. Spesso sono proprio le scelte quotidiane, quelle più semplici e ripetitive, a fare la differenza. Un primo passo può essere quello di ridurre il più possibile l’uso della plastica monouso. Bottigliette d’acqua, posate usa e getta, imballaggi superflui: tutte queste cose finiscono facilmente nell’ambiente e, con il tempo, si degradano in frammenti sempre più piccoli. Sostituirle con alternative riutilizzabili, come borracce in acciaio o contenitori in vetro, non solo è più sostenibile, ma spesso anche più comodo e igienico.
Un’altra abitudine utile riguarda i nostri vestiti. Molti capi che indossiamo – soprattutto quelli sportivi o “fast fashion” – sono realizzati con fibre sintetiche come il poliestere o il nylon, che durante i lavaggi rilasciano microfibre plastiche nell’acqua. Queste microfibre finiscono nei fiumi e poi nei mari, contribuendo al problema. Per questo è consigliabile preferire tessuti naturali, come il cotone o la lana, e usare programmi di lavaggio più delicati, a basse temperature, con meno centrifuga. Esistono anche sacchetti per il bucato pensati appositamente per trattenere le microfibre, una soluzione pratica e a basso impatto. Inoltre, filtrare l’acqua del rubinetto con dispositivi certificati può aiutare a ridurre la quantità di particelle ingerite, soprattutto in zone dove l’acqua è stata identificata come contaminata da microplastiche.
Certo, da soli non possiamo risolvere tutto. Ma ogni azione individuale, quando diventa parte di un movimento collettivo, ha il potere di cambiare le cose. Oltre a modificare le nostre abitudini, possiamo sostenere politiche pubbliche più ambiziose, appoggiare associazioni che lavorano per la protezione dell’ambiente, informarci e informare. Il problema delle microplastiche non si risolve in un giorno, ma ogni giorno possiamo fare qualcosa per migliorare la situazione. E se lo facciamo insieme – cittadini, istituzioni, imprese, scienziati – possiamo costruire un futuro in cui tecnologia, salute e natura convivano in equilibrio.
Perché un mondo più pulito, più sano e più giusto non è un’utopia: è una possibilità.
E comincia, come tutte le grandi trasformazioni, da piccoli gesti quotidiani.