
Da un consiglio di amministrazione a una passerella di Milano, qualcosa sta cambiando: le aziende italiane oggi investono in diversità e inclusione come mai prima. In questo articolo vi raccontiamo tre storie emblematiche dalle ultime settimane – nella moda, nella tecnologia e nella finanza – che mostrano come l’inclusione stia diventando parte integrante della cultura aziendale italiana, con benefici che vanno ben oltre l’ufficio.
Un cambiamento culturale nelle aziende italiane
C’era una volta un’azienda tipica italiana, con gerarchie rigide e un modello unico di dipendente ideale. Oggi quella realtà sta lasciando il posto a imprese più aperte e consapevoli che diversità e inclusione non sono solo principi etici, ma veri motori di innovazione e sviluppo. La rivoluzione è in atto: sette consumatori su dieci preferiscono marchi che dimostrano impegno nell’inclusione e altrettanti eviterebbero quelli percepiti come non inclusivi. Non a caso, i brand più attivi sul fronte Diversity & Inclusion registrano crescite dei ricavi superiori alla media (+24% rispetto agli altri). Insomma, l’inclusione conviene anche al business, oltre che al benessere delle persone. In Italia, nelle ultime settimane di febbraio e marzo 2025, abbiamo visto fiorire esempi concreti di questo cambio di paradigma. Vi raccontiamo tre storie – dalla moda, dalla tecnologia e dalla finanza – che illustrano come le best practice di inclusione stiano prendendo piede. Ognuna di queste iniziative mette in luce non solo l’azione inclusiva in sé, ma anche il suo impatto all’interno dell’azienda e sulla società, mostrando se si tratta di una novità assoluta o del frutto di una strategia già consolidata.
Moda: l’inclusione sfila in passerella
Una mattina di fine febbraio, sotto i riflettori della Milano Fashion Week, va in scena qualcosa di mai visto prima. Sul palco non ci sono le solite modelle tutte uguali: sfila la diversità, incarnata da quindici donne bellissime nella loro unicità. È il debutto di The WOMderful Inclusive Fashion Show di Benedetta De Luca, influencer e disability advocate, nonché Gender & Inclusion Editor del magazine The Wom. L’evento – patrocinato dal Comune di Milano e dalla Camera Nazionale della Moda – ha un obiettivo chiaro: ridefinire i canoni estetici tradizionali, dimostrando che eleganza e bellezza non hanno confini né barriere.
Il racconto di quella sfilata inclusiva ha il sapore di una favola moderna. “Questo evento vuole essere un passo avanti verso un futuro in cui nessuno debba più sentirsi invisibile, perché tutti meritiamo di brillare ed esistere pienamente, senza mai ritenerci fuori posto”, spiega emozionata Benedetta De Luca durante il backstage. E sulla passerella le sue parole prendono vita: la collezione è disegnata per adattarsi ai corpi, non per costringere i corpi ad adattarsi agli abiti. Le modelle “unconventional” portano ciascuna una storia potente. C’è Elisabetta Rossi, sorda dalla nascita, che dimostra la forza della comunicazione non verbale; Anna Fusco, romana, che sfila con naturalezza indossando un braccio bionico simbolo di innovazione e orgoglio di sé; e Giulia Ludovica Scarpato, fotomodella in sedia a rotelle, per la quale “la mia carrozzina non è un limite, ma il mezzo che mi permette di vivere le mie passioni e viaggiare”. Il pubblico trattiene il fiato, poi esplode in applausi. Per la prima volta la settimana della moda milanese accoglie ufficialmente una sfilata dedicata all’inclusività, e il messaggio arriva forte e chiaro sia agli addetti ai lavori sia ai media. “Siamo orgogliosi di sostenere un progetto come questo, che unisce moda e inclusione, portando avanti un messaggio importante: la bellezza e l’eleganza non hanno confini né barriere di alcun genere”, ha dichiarato Alessia Cappello, assessora del Comune di Milano, salutando l’iniziativa. Non è un caso isolato, ma parte di una strategia più ampia: lo ricorda anche Carlo Capasa, presidente della Camera Moda, sottolineando che da anni l’industria sta lavorando per essere più inclusiva (la Camera Moda aveva persino lanciato un manifesto D&I nel 2019). In altre parole, The WOMderful Inclusive Fashion Show è una novità assoluta – la prima sfilata inclusiva nel calendario ufficiale – ma nasce su un terreno reso fertile da un impegno già avviato nel settore. L’impatto? Internamente, aziende e stilisti sono stimolati a ripensare casting, design e comunicazione in chiave inclusiva; esternamente, migliaia di persone vedono finalmente rappresentata in passerella la bellezza della diversità, traendone ispirazione e fiducia.
Tecnologia: realtà virtuale ed empatia 5G
Dall’effervescenza della passerella passiamo a una classe di studenti in Piemonte. Immaginate dei ragazzi che indossano un visore VR: nell’aula spariscono banchi e lavagna, e ci si ritrova proiettati nel caos di una città. La missione? Raggiungere lo stadio per un concerto. Sembra un videogioco qualunque, finché all’improvviso la visuale si oscura quasi del tutto – stiamo vedendo con gli occhi di una persona ipovedente – oppure i suoni si attutiscono – siamo nei panni di una persona sorda. Non è fantascienza, ma City4All, un’innovativa iniziativa che usa la realtà virtuale per far vivere ai giovani le sfide quotidiane di una persona con disabilità.
Dietro questo progetto c’è la tecnologia al servizio dell’inclusione: WindTre, uno dei principali operatori telecom italiani, ne è partner tecnico, fornendo connettività 5G e supporto di Intelligenza Artificiale. L’Unione Europea finanzia il programma nell’ambito di TrialsNet, e dall’inizio di marzo sono partiti i primi test con gli studenti dell’Istituto Don Milani di Druento (Torino) coinvolti come beta-tester d’eccezione.
Ma cosa si propone esattamente City4All? In una nota, WindTre spiega che l’obiettivo è promuovere l’empatia e la consapevolezza sui temi della diversità e dell’inclusione verso le persone con disabilità. In pratica, attraverso un videogioco immersivo e un visore VR di ultima generazione, i ragazzi simulano le difficoltà che una persona con disabilità può incontrare in situazioni quotidiane – come semplicemente attraversare la città per andare a un evento. L’esperienza varia a seconda della disabilità simulata (visiva, uditiva o motoria) ed è resa ancora più realistica da dialoghi interattivi mossi dall’AI. Il risultato? Gli utenti vengono sfidati a sentire sulla propria pelle cosa significa muoversi con un handicap in un contesto urbano non sempre accomodante. Si tratta di un potente esercizio di empatia: finita la sessione di VR, quei ragazzi difficilmente guarderanno una rampa di scale o un semaforo pedonale con gli stessi occhi di prima. L’azione di WindTre qui è duplice. Da un lato l’azienda mette competenze tecnologiche all’avanguardia al servizio di un progetto sociale, in linea con la propria strategia di sostenibilità: City4All infatti “mette in evidenza il contributo che le applicazioni abilitate dal 5G possono dare ai valori sociali e a come la tecnologia possa aiutare a ridurre le distanze”, un tema centrale per WindTre. Dall’altro, l’iniziativa ha ricadute positive anche all’interno: essere parte attiva di un progetto così significativo rafforza nei dipendenti l’orgoglio aziendale e la consapevolezza che l’innovazione può – e deve – avere un impatto etico. Nuova iniziativa o progetto consolidato? City4All è una novità fresca di lancio (siamo nelle fasi pilota), ma si inserisce nell’impegno continuo di molte aziende tech italiane sul fronte D&I. Sempre più spesso si parla di “tech for good”: WindTre e i suoi partner dimostrano che non è solo uno slogan, ma una realtà tangibile. E la società tutta ne beneficia: giovani più consapevoli oggi significano adulti e leader più inclusivi domani.
Finanza: inclusione certificata e strategie a lungo termine
Anche nel mondo della finanza, un tempo considerato il più tradizionale e formale, si respira aria di cambiamento. A metà marzo, a Milano, dirigenti bancari e rappresentanti istituzionali si sono riuniti per “D&I in Finance”, un evento annuale promosso dall’ABI giunto ormai alla terza edizione. Per due giorni si è parlato di come rendere banche e società finanziarie sempre più inclusive: un confronto a 360° tra istituzioni, aziende e terzo settore, volto a scambiare esperienze e buone pratiche e a “promuovere una cultura sempre più inclusiva” in linea con l’Agenda 2030 ONU. In questo contesto, un esempio simbolico ha catalizzato l’attenzione di tutti: quello della Banca d’Italia. Chi l’avrebbe detto, solo qualche anno fa, che Palazzo Koch (sede storica di Bankitalia in Via Nazionale a Roma) sarebbe diventato un modello di inclusione? Eppure è successo: il 12 marzo 2025 la Banca d’Italia ha annunciato di aver ottenuto le prestigiose certificazioni EDGE per le proprie politiche di Diversity & Inclusion. In particolare, parliamo della certificazione EDGE Move per la parità di genere e di EDGEplus per l’inclusione relativa a disabilità, età, orientamento sessuale e identità di genere. Si tratta di standard internazionali molto rigorosi, assegnati solo dopo aver misurato concretamente dati e risultati: un po’ come ottenere una “pagella” eccellente sull’inclusività. Per Bankitalia questo traguardo non è un punto di arrivo casuale, bensì un passo in un percorso strategico già avviato negli anni scorsi. Nel suo Piano Strategico 2023-2025 l’istituto aveva messo al centro “l’attenzione per l’unicità della persona, per le specifiche esigenze di minoranze e di gruppi svantaggiati… in modo da consolidare un ambiente di lavoro aperto e capace di valorizzare il contributo di ciascuna persona”. Parole importanti, seguite da azioni concrete: programmi interni di sensibilizzazione, revisione delle policy HR, network aziendali dedicati alle dipendenti e ai dipendenti LGBTQ+, con disabilità, di diverse etnie e generazioni.
Il riconoscimento EDGE è quindi la conferma di un impegno solido e sistemico, sostenuto a tutti i livelli dell’organizzazione. “Diversità e inclusione” non sono più capitoli astratti nei bilanci sociali, ma criteri operativi integrati nella gestione quotidiana della banca centrale. L’impatto interno è evidente: un ambiente di lavoro più equo e aperto stimola la partecipazione, riduce il turnover e attrae nuovi talenti che cercano aziende dal volto umano. Ma c’è di più: una banca centrale inclusiva invia un segnale forte anche all’esterno, al settore finanziario e alla società intera. Significa promuovere fiducia – perché un’istituzione che valorizza ogni individuo sarà più attenta anche ai bisogni dei cittadini – e significa fare da apripista affinché altre organizzazioni seguano l’esempio. Non sorprende infatti che in quello stesso evento ABI di marzo si sia ribadito come diversità e inclusione siano ormai leve di crescita sostenibile anche per imprese e territori. In definitiva, nel caso della Banca d’Italia siamo di fronte a una strategia consolidata: nuove iniziative continuano a nascere al suo interno, ma tutte coerenti con una visione di lungo termine in cui l’inclusione è parte integrante della cultura aziendale.
Storie diverse, un unico messaggio
Tre settori diversi – moda, tecnologia, finanza – e tre iniziative specifiche, ciascuna con le sue peculiarità. Eppure, leggendole insieme, emerge un filo conduttore potente. L’inclusione in azienda non è più uno slogan di facciata: è fatta di azioni concrete, di eventi innovativi, di progetti sperimentali e di politiche aziendali misurabili. Queste storie mostrano come un’azienda di moda possa influenzare la cultura valorizzando la bellezza di ogni individuo, come una tech company possa usare la realtà virtuale per educare al rispetto, e come un’istituzione finanziaria possa farsi garante di pari opportunità e dignità per tuttɜ (persone dipendenti e non). In stile Vanity Fair, potremmo chiudere con un’immagine: l’Italia aziendale del 2025 somiglia a un grande palcoscenico dove, finalmente, tutti possono trovare un posto sotto ai riflettori. C’è ancora strada da fare – pregiudizi da abbattere, nuovi standard da raggiungere – ma il cammino è tracciato. Dalle passerelle più glamour agli uffici più istituzionali, l’inclusione sta diventando il nuovo standard d’eccellenza. E non è solo una vittoria per le minoranze: è un progresso per la società intera, perché quando ognuno di noi può esistere pienamente senza sentirsi fuori posto, come dice Benedetta De Luca, allora a brillare davvero è il futuro di tutti noi.